Master DCS: gli stage

A fine giugno si è conclusa la parte d’aula del Master e fra luglio e settembre sono iniziati gli stage curricolari. Ecco in quali realtà e in quali ambiti i nostri studenti stanno svolgendo gli stage:

A-Tono – Strategic social & digital account

B Cube – Account management

Chili PR – Digital PR

Contemporanea S.r.L. – Social strategy

Ellow – Project management

Evolution People – Digital media planning

Innexa S. r. L. – Account

iProspect (Dentsu Aegis Network) – Digital marketing

LiveXtension – Account & project management

MediaMatic (MMMgroup) – Digital media planning

Ogilvy & Mather – Community management e social listening

Omnicom Public Relations Group  – PR e digital PR

OpenMind – Strategy

PHD – Performance marketing

Publicis Italia – Creative digital communication

Sika – Web content editor

Vallè – Social media marketing & management

Wavemaker – Digital media planning

Xingu – Digital marketing

 

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Elezioni 2018: Boom Di Maio-Salvini, i “Re di Facebook” si impongono anche alle urne

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Luigi Di Maio (M5S) e Matteo Salvini (Lega)

di Edoardo Ruggiu

 

La campagna elettorale che ha preceduto le elezioni del 4 Marzo è stata lunga, estenuante, ma soprattutto la più social della storia.

Dalle ultime Elezioni del 2013 a oggi la comunicazione politica è radicalmente cambiata. Meno cartellonistica, spot tv e i cari vecchi “santini” dei candidati. In un mondo sempre più social e interconnesso i leader e i partiti politici hanno dovuto virare su una comunicazione che tenesse sempre più conto dei social network, strumenti di comunicazione a basso costo e altamente pervasivi.

Il social “principe” di queste elezioni politiche è stato sicuramente Facebook, dove si è scatenata una vera e propria guerra “all’ultimo like” per vincere la partita del consenso in Rete. Da un’analisi condotta da Blogmeter (durante il mese di febbraio), Facebook risulta essere il luogo da cui sono scaturite più conversazioni e interazioni riguardanti le elezioni politiche 2018.

Ma chi sono stati i più “chiacchierati” e seguiti sul social di Zuckerberg? Quali sono stati gli argomenti più gettonati? Quali i contenuti mediali più utilizzati?

I Protagonisti: Salvini e Di Maio.

Come alle urne, anche su Facebook i mattatori indiscussi sono stati Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

La Pagina FB di Matteo Salvini conta a oggi più di 2 milioni di seguaci. Nessuno in Italia è come lui: Renzi si ferma a un milione e 100 mila seguaci, Di Maio un milione e 400 mila. In Europa ha appena raggiunto il presidente francese Macron e insegue la Cancelliera Angela Merkel (2 milioni e mezzo di seguaci).

Numeri importanti, ma che da soli non vogliono dire nulla. Serve partecipazione, condivisione e soprattutto engagement con i propri seguaci.

Per raggiungere più agevolmente questo obiettivo, sulla pagina del leader del Carroccio è stato lanciato il concorso “Vinci Salvini”, progetto che puntava a creare engagement attraverso un sofisticato sistema di gamification. Gli utenti più “virtuosi”, giudicati in base al numero di like e condivisioni dei post del leader della Lega, venivano premiati (a seconda dell’impegno) con una telefonata di Salvini, un post con la propria foto o addirittura con un incontro privato con il leader leghista.

L’obiettivo – come riporta Andrea Daniele Signorelli su Wired – è quello di generare coinvolgimento sui post del leader leghista, per convincere l’algoritmo di Facebook a dare maggiore visibilità a quanto pubblicato da Salvini e rendere più efficace la macchina della propaganda.”

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Il concorso “Vinci Salvini”

Gli argomenti dei post condivisi e apprezzati dai seguaci di Salvini vertevano principalmente sui classici cavalli di battaglia del leader leghista come lo stop all’immigrazione e la chiusura delle frontiere italiane, l’abolizione della Legge Fornero, la Flat Tax al 15%, oltre a contenuti contro  l’ex premier Matteo Renzi e, ovviamente, contro l’Unione Europea. Reputation Manager, istituto italiano specializzato nell’analisi e misurazione della reputazione online di marchi e personaggi pubblici, ha definito Salvini “bulimico” per la sua caratteristica di riuscire a comunicare ad altissima intensità e frequenza coprendo praticamente tutte le modalità comunicative, dalle idee programmatiche alla vita privata (principalmente con foto, video e dirette Facebook). Tra le cinque parole più usate emerge una certa autoreferenzialità: “#Salvini”, “#4marzovotoLega”, “Salvini”, “euro”, “Italia”.

L’altro protagonista è stato sicuramente Luigi di Maio. Come è noto però, seppur la pagina di Di Maio conti circa un milione e mezzo di fan, la vera “forza social” del Movimento 5 Stelle non sta soltanto nella pagina del candidato premier o di Beppe Grillo, ma nell’enorme network di profili collegati che quotidianamente svolgono un decisivo lavoro di diffusione dei contenuti. La propaganda del Movimento 5 Stelle è dunque alimentata da una galassia di sostenitori che rilanciano e condividono i vari contenuti contribuendo alla loro vastissima diffusione. Reputation Manager definisce la figura di Di Maio sui social “Antagonista” in quanto più della metà della sua comunicazione è incentrata sull’attacco diretto agli avversari politici e, in generale, a tutto il sistema politico italiano.  Altro cavallo di battaglia sui social network è stata sicuramente la proposta di un reddito di cittadinanza, presto diventata motivo di divisione e contrasto sul Web (e non solo). Le cinque parole più utilizzate sulla pagina di Di Maio sono state: “Movimento 5 Stelle”, “Italia”, “Paese”, “Rally” (nome della campagna elettorale in giro per l’Italia seguita da migliaia di utenti grazie alle dirette su Facebook) e “cittadini”. Come per Salvini, anche Di Maio ha fatto largo uso di video, immagini ma soprattutto dirette Facebook: durante la presentazione dei 17 ministri di un possibile governo M5S, la diretta Facebook sulla pagina di Di Maio è stata seguita da oltre un milione e mezzo di persone.

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La pagina Facebook ufficiale di Luigi Di Maio

Salvini e Di Maio si sono imposti grazie a Facebook?

È innegabile che Facebook e i social in generale abbiano dato una grossa mano a coloro che li hanno saputi utilizzare. Conscio di ciò, il leader della Lega, subito dopo la chiusura delle urne, ha voluto “ringraziare il popolo di Facebook” per il grosso supporto dato durante la campagna elettorale. Sarebbe però un’analisi superficiale e riduttiva dire che Salvini e Di Maio si siano imposti alle urne grazie a Facebook: la loro presenza è stata massiccia anche in radio, televisione e in tutto il territorio nazionale, sintomo di come  i social siano degli ottimi strumenti  solo se pensati sempre come una delle tante soluzioni all’interno della propria strategia di comunicazione.

Fonti consultabili su Scoop.it

 

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Milano Digital Week: la promozione sui social

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di Laura Lopez, Valentina Melzi, Lara Sartori

 

Tra i tanti appuntamenti attesi per quest’anno, spicca fra tutti la novità della Milano Digital Week, promossa dal Comune di Milano. Presente sul territorio milanese per quattro giorni dal 15 al 18 marzo 2018, si propone come un’iniziativa aperta a tutti – aziende, start up, cittadini, istituzioni, studenti, centri di ricerca – finalizzata ad affrontare il tema dell’innovazione digitale e come questa stia profondamente cambiando le nostre abitudini e il nostro modo di vivere. Un importante momento di confronto con numerosi appuntamenti declinati in mostre, seminari, workshop e laboratori reso possibile da Cariplo Factory, Iab Italia (associazione della pubblicità digitale) e dalla società di consulenza Hublab col supporto di altre associazioni: Adci, Animation Italia, Asseprim, Assintel, Assocom, Assorel, Confcommercio Lombardia – Imprese per l’Italia, Innovation Design District, Fedoweb, Ferpi, Netcomm.

Inizia oggi la Milano Digital Week e le aspettative sono molto alte: la “call for proposal” lanciata il 27 ottobre 2017 e conclusasi il 5 febbraio 2018 ha raccolto oltre 300 proposte.

Ma come viene comunicata sui social network una grande manifestazione come questa, con oltre 300 appuntamenti? La strategia di event marketing ha previsto l’utilizzo contemporaneo di più piattaforme social, ovvero Facebook, Instagram e Twitter e la creazione dell’ hashtag istituzionale #MilanoDigitalWeek da utilizzare sui vari canali.

La comunicazione su Instagram, cominciata a inizio gennaio con una panoramica generale sull’iniziativa, si è intensificata da febbraio con la pubblicazione giornaliera di due post: uno riguardante i dati di vari report (Osservatori Digital Innovation, Deloitte, Censis, Istat) sui canali social maggiormente utilizzati in Italia e sul positivo apporto del digitale in vari aspetti della nostra vita; un altro post, invece, su ciascuna delle 30 parole chiave racchiuse nel Dizionario Digitale che si legge sulla testata giornalistica Wired Italia e che vuole presentare i temi che saranno affrontati durante l’evento.

La pubblicazione sulla pagina Facebook è iniziata a fine dicembre 2017 e, esattamente come per Instagram, era incentrata sulla promozione dell’evento e sulla call for proposal rivolta a tutti coloro che intendessero prendervi parte in qualità di relatori. A partire da febbraio 2018 il calendario editoriale ha assunto una forma più strutturata, con la pubblicazione giornaliera di tre diversi filoni di post: repost di contenuti attribuibili a fonti esterne circa lo scenario digitale declinato in diversi ambiti e contesti, il post con il già citato Dizionario 4.0 che rimanda al sito della testata Wired Italia e, infine, stralci di interviste rivolte agli organizzatori o una sintetica presentazione dei relatori e degli argomenti trattati da ciascuno di loro.

Su Twitter, utilizzato anch’esso a partire dalla fine di dicembre 2017, troviamo alcuni dei contenuti già analizzati in precedenza con l’aggiunta però di parecchi retweet per dare spazio ad aziende, associazioni e altre le realtà che saranno presenti alla Milano Digital Week e il cui intervento andrà a inserirsi nel palinsesto della manifestazione.

La comunicazione di un evento sui social network prevede diversi fasi, ognuna delle quali finalizzata a un obiettivo che non è di mera natura promozionale. Nello svolgimento del presente elaborato è stato possibile analizzare soltanto la prima fase di comunicazione della Milano Digital Week e riconoscere almeno tre diverse tipologie di obiettivi:

  • event awarness, ovvero, rendere le persone consapevoli dell’esistenza dell’evento;
  • recruitment dei potenziali relatori attraverso una call for proposal;
  • promozione dell’evento attraverso contenuti digital educational di qualità capaci di generare curiosità e interesse intorno all’iniziativa.

L’utilizzo dei social network in questa prima fase di warm up è stato costante e capace di declinare la comunicazione dell’evento rispettando quelle che sono le grammatiche e i linguaggi propri di ogni piattaforma differenziando almeno in parte i contenuti per ogni canale: se Facebook presenta contenuti creati ad hoc dagli addetti alla comunicazione della Milano Digital Week, la bacheca Twitter è molto utilizzata per retweettare, e quindi ospitare contenuti esterni creati da altri. Instagram invece segue una logica più visual: i contenuti rispettano un’alternanza cromatica che rende la griglia IG visivamente coerente (fig.1).

 

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Fig.1 – Profilo Instagram Milano Digital Week

 

Finita questa fase antecedente l’evento, l’utilizzo delle piattaforme dovrebbe cambiare forma includendo nuove dinamiche comunicative che abbiano lo scopo di mantenere alto il livello di engagement per tutta la durata effettiva della manifestazione e prolungarne la vita online una volta conclusa.

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#DCS DataLab – Laboratorio di Social Analytics

Il Master in Digital Communications Specialist si contraddistingue per un approccio alla didattica teorico-pratico, ovvero, improntato al learning by doing. Questo si traduce nella necessaria presenza nei corsi di una componente teorica in cui si spiegano i concetti fondamentali delle varie discipline e una componente pratica in cui gli studenti sono chiamati all’operatività. Diverse sono le formule che utilizziamo: laboratori, brief, project work.

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Eleonora Cipolletta

Quest’anno è stato inaugurato un nuovo laboratorio operativo tenuto dalla docente del modulo di Social Analytics, Eleonora Cipolletta, Data Intelligence Consultant.

Il laboratorio è stato reso possibile anche grazie alla disponibilità di Gianandrea Facchini CEO di Buzzdetector, anche lui ospite del Master per una lezione sul tema, che ha offerto ai nostri studenti l’opportunità di avere accesso a The Signal di Buzzdetector, un tool di social analytics professionale.

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La piattaforma usata per il laboratorio

Gli studenti hanno lavorato su uno storico di tre anni relativo alle conversazioni del settore fashion legate in particolar modo alle fashion week mondiali.

Abbiamo intervistato Eleonora Cipolletta per raccontarci obiettivi e risultati di questo laboratorio.

Cos’è il DataLab?

Un primo “test professionalizzante” (e “leggero”, dato il tema fashion). Un momento per testare il proprio approccio analitico e di ragionamento in base ad evidenze oggettive: i dati. È stato messo a disposizione uno storico dati “reale”, da usare attraverso l’accesso ad una piattaforma di monitoraggio professionale.

Perché quest’idea?

Il Data Analyst è una delle professioni più richieste dal mercato del lavoro oggi. Credo, d’altra parte, che la capacità di trovare dati rilevanti, saperli leggere e interpretarli sia fondamentale per tutti i livelli (operativi, strategici, direttivi) e tutti i settori e vertical merceologici. Inoltre presentarsi nel mondo del lavoro con un’esperienza concreta alle spalle è importante: permette al candidato di acquisire più sicurezza nelle sue capacità e appeal agli occhi del possibile datore di lavoro.

Qual è stato il brief dato ai ragazzi?

L’obiettivo era individuare i trend più importanti che hanno caratterizzato la comunicazione sui social media durante la Fashion Week in 4 differenti città: New York, Londra, Milano, Parigi.

I ragazzi hanno avuto l’accesso ad un database con 3 anni di storico, per poterne tracciare le evoluzioni nel tempo, differenze e peculiarità. In particolar modo hanno dovuto analizzare: Quali sono stati i brand che si sono distinti e per quali attività; se c’è stato un coinvolgimento di blogger e influencer: di che tipo e che impatto ha avuto; come sono stati usati i diversi canali;  quale è il tone of voice e il wording usato; la presenza di differenze e  similitudini.

La classe del Master è stata divisa in 4 gruppi, uno per ciascuna città. Ogni gruppo ha prodotto un report di analisi quantitativa e qualitativa.

L’analisi non era fine a sé stessa, ma doveva porsi come la base analitica strategica e propedeutica alla programmazione delle attività di comunicazione digital della prossima Fashion Week per il brand X.

Cosa si sono portati a casa i ragazzi e cosa hanno acquisito?

  • Hanno messo alla prova la loro capacità di analisi e rielaborazione dati, di trovare delle motivazioni ad una crescita o un dato anomalo, di trovare la correlazione (dove presente) tra diverse metriche. Di andare “dietro il dato”.
  • Prima familiarità con strumenti tecnologici professionali. Gli studenti hanno avuto la possibilità di accedere alla piattaforma di monitoraggio The Signal di Buzzdetector, per cui ringrazio Gianandrea Facchini e la sua disponibilità.
  • Confronto e messa a sistema dei punti di forza di ciascun gruppo: team working.
  • Si portano a casa anche tutta una serie di suggerimenti e buone norme per la stesura di un report: dalla nota metodologica, alla struttura del report, sua leggibilità, visualizzazione. Tips per rendere asciutto ed incisivo, oltre che utile, l’output, come catturare l’attenzione del manager che ha poco tempo a disposizione. Less is more resta una regola importante da tenere a mente.

Qual è stato il riscontro degli studenti?

Le modalità e i risultati presentati da ciascun gruppo sono stati differenti, c’è chi ha puntato molto sull’analisi quantitativa, con calcoli e individuazione di medie, trend, classifiche, chi invece si è spostato molto sull’aspetto qualitativo, chi ha approfondito l’aspetto legato ai VIP e influencer, chi sui brand “dominanti”… Ma le note comuni sono state l’impegno e la meticolosità con cui hanno portato a termine il lavoro.
Appositamente non sono stati imbrigliati troppo in un format report pre-impostato, per dar modo a ciascun gruppo di esprimere i dati come meglio credeva.
Ho preferito agire a fine lavoro, quando, per la leggibilità e confrontabilità delle analisi, è stato necessario standardizzare parametri e strutture, ma valorizzando l’apporto di ciascuno

Il laboratorio è stata quindi un’importante occasione per gli studenti della scorsa edizione di abbinare teoria e pratica di una disciplina complessa ma sempre più fondamentale nel panorama dell’evoluzione della comunicazione digitale come quella del social analytics.

Tutte le informazioni sul Master sono sito Almed. Le iscrizioni alla nuova edizione si chiuderanno l’8 gennaio 2018.

 

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Food: e-commerce & sharing economy

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E(at) Commerce: i protagonisti in Italia

di Luca Rebiscini

A leggere i dati e osservare il mondo è facilmente intuibile che la pacca sulla spalla e i complimenti con tanto di mancia al cameriere resteranno racconti d’infanzia nostri e dei nostri genitori ai futuri figli e nipoti, molto più facile sintetizzare il livello di gradimento con un click o muovendo il pollice sulla stellina di riferimento sul display.

Quanto sarà difficile spiegare che un tempo, rientrati stanchi dopo una giornata di lavoro senza alcuna voglia di cucinare, era impossibile mangiare a casa?
In Italia, il settore dell’eat commerce è ormai decollato – anche se conserva ampi margini di miglioramento e penetrazione – ma l’origine di questo fenomeno è più recente di quanto sembra.

Ammonta a quasi 575 milioni di euro il fatturato dell’alimentare online, secondo i dati dell’Osservatorio eCommerce B2C del Politecnico di Milano. Le spedizioni alimentari sono una formidabile leva nel processo di crescita della vendita online di prodotti legati al cibo.
Per l’Italia si tratta di un approccio del tutto nuovo, una sfida affascinante da affrontare perché, quando parliamo di food nel nostro Paese, dobbiamo stare molto attenti: il consumatore è molto esigente nello scegliere ciò che vuole sulla propria tavola.

Acquistare prodotti food attraverso e-commerce è sempre più spesso la scelta preferita da molti, e sono numerosi gli argomenti a favore: dall’aumento delle offerte sul web ai pagamenti sicuri, passando per la cura e l’attenzione per il packaging, non trascurando la diffusione dei social network e la penetrazione del mobile.
Dalle bici rosa e celesti che sfrecciano nelle principali città italiane per portare cibo agli affamati del post studio o lavoro, fino agli scooter e alle macchine, i servizi online di consegna pasti a domicilio, oltre a colorare le strade della nostra penisola, crescono costantemente in termini di fatturato: Foodora in un anno ha aumentato i propri ordini del 75% ogni mese, Just Eat continua ad assumere.

Il margine su cui lavorare c’è ed è abbondante: la fetta di mercato è decisamente interessante e le startup nate nel settore lo confermano:

Just Eat è nata in Danimarca nel 2001, ufficialmente è arrivata in Italia nel 2011 acquistando Clickeat, che era già presente dal 2007.
– Ben più curiosa la nascita di Deliveroo, azienda che porta a casa del cliente “il ristorante che ama, in 30 minuti”: William Shu lavorava nelle grandi aziende di consulenza a New York, 100 ore la settimana in ufficio, pranzo e cena lì. Pasti offerti dall’azienda, ovviamente e ordinati a domicilio dai ristoranti dove sarebbe andato a mangiare se ne avesse avuto il tempo. Nel 2013 si trasferisce a Londra dove fa la stessa vita, scoprendo con suo grande disappunto che gli unici ristoranti a fare delivery sono quelli di livello medio-basso, così decide di fondare la startup al termine del 2013 e lanciarla in Italia, a Milano nel novembre 2015 e a Roma nel marzo 2016.
– Di origine tedesca, Foodora, nata nel 2014 a Monaco di Baviera e sbarcata in Italia nel settembre 2015 ha la caratteristica di trasportare il cibo in bici, con un tempo di attesa mai superiore a 35 minuti e una cura della pietanza minuziosa grazie allo zaino-termobox.
Ubereats: decidi, tocca, assapora, nato nel 2015 a Los Angeles, è sbarcato a Milano un anno dopo, come prima città italiana ed europea, 44° al mondo. Rispecchia il classico modello Uber, con il lavoratore autonomo che fornisce il servizio in prima persona offrendo un servizio affidabile e di qualità in risposta al diverso modo dei consumatori di rapportarsi col cibo.
Glovo: “acquistiamo, ritiriamo e consegniamo tutto quello che vuoi” è nato a Barcellona nel 2014 seguendo la scia dei suoi concorrenti, proponendo una novità principale: i corrieri, che si registrano come su Ubereats, danno la disponibilità di passare a casa dell’utente se si è dimenticato qualcosa.

Molto variegato il listino dei servizi offerti e sempre in movimento il mercato del food delivery. Tutte le aziende che hanno investito in questo settore possono definirsi vincenti. Per quanto riguarda i vinti, il tempo e l’evoluzione determinerà chi riuscirà ad assecondare le esigenze degli utenti.

(Fonti e approfondimenti: http://www.ilsole24ore.com/art/food/2016-12-05/quasi-575-milioni-fatturato-alimentare-italiano-online-111111.shtml?uuid=AD7Ztm7B&nmll=2707; https://cargopooling.it/blog/trasporti-temperatura-controllata-usa/; http://www.lisciocomelolio.altervista.org/2014/12/e-commerce-del-food/; https://www.wired.it/economia/business/2016/10/07/justeat-foodora-consegne/; https://innovazione.diariodelweb.it/innovazione/articolo/?nid=20160411_379767; http://www.justeat.it/blog/intervista-just-eat-il-take-away-portato-a-casa/; https://www.justeat.it/about ; https://deliveroo.it/; http://www.comunicazionenellaristorazione.it/2016/06/intervista-a-deliveroo-qualita-del-ristorante-consegnata-a-domicilio/; http://foodora.pr.co/it; http://www.snapitaly.it/foodora-la-qualita-della-consegna-a-domicilio-su-due-ruote/; https://www.ubereats.com/; https://www.gqitalia.it/lifestyle/food-drinks/2016/10/26/come-funziona-ubereats-che-e-arrivato-in-italia/; https://glovoapp.com/; http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2016-04-01/glovo-sbarca-italia-trasportare-ogni-cosa-ceo-prendete-esempio-barcellona-152916.shtml?uuid=ACSPlwyC )

 

Sharing economy: l’exploit di Foodora

di Luca Maucione

La sharing economy è il modello economico che, partendo dalle necessità del consumatore, ha promosso nuove forme di consumo più consapevoli basate su riutilizzo, condivisione e risorse comuni. E’ un modello di economia circolare, in cui professionisti, consumatori e cittadini mettono a disposizione competenze e tempo incentivando stili di vita che favoriscono il risparmio, la ridistribuzione del denaro e la socializzazione tra consumatore e impresa.

L’utilizzo comune di una risorsa, la relazione orizzontale fra persone e organizzazioni e la presenza di una piattaforma tecnologica sono i tratti distintivi che hanno permesso la larga diffusione dell’ ”economia della condivisione”; l’altro fattore che ne ha consentito un così largo uso e sviluppo, è stato l’elevato tasso di applicabilità nei vari settori dell’economia e quindi del quotidiano. L’applicazione del modello al campo del Food e del Delivery ha creato un filone di successo riconosciuto sotto il nome di Food Sharing.

In Italia è stato registrato un vero e proprio boom del food delivery. Con un fatturato pari a 400 milioni di Euro, solo a fine 2016, Foodora, Just Eat e Co. si stanno facendo largo in uno dei settori chiave del Made in Italy, soprattutto nelle aree metropolitane. A suon di consegne si arriverà a un volume d’affari mondiale pari a 90 miliardi di Euro, secondo un report di Wired.it, entro il 2020. Quello tra gli italiani e il cibo take-away è ormai un rapporto più che consolidato: nato con la classica pizza Margherita da asporto, è ora arrivato a coinvolgere le più svariate tipologie di piatti etnici. Queste Start up hanno deciso di testare inizialmente i propri servizi nelle aree metropolitane di Milano, Torino, Firenze e Roma; per quanto riguarda il target, i più interessati al food delivery invece sembrano essere uomini, under 44 e con un’alta estrazione culturale. Per motivi legati a scelte aziendali, l’erogazione del servizio è stata superiore nelle regioni Settentrionali, più modesta in quelle Centro-Meridionali, ma in ogni caso il mercato presenta un forte potenziale di crescita.

Fous on: Foodora

L’azienda leader del settore del Food Delivery è  Foodora, con sede legale a Berlino. Attualmente offre pietanze di quasi 7000 ristoranti e strutture enogastronomiche selezionati in ben 10 nazioni. L’idea iniziale si fonda sui pilastri della sharing economy.

Foodora permette ai potenziali clienti di ordinare pasti, attraverso l’app per dispositivi mobili o il sito web, da una lista di ristoranti. In seguito viene tracciato un ordine che verrà consegnato, in tempi brevi, presso il domicilio del cliente. A supporto della user experience sono presenti sulle piattaforme digitali geolocalizzazione delle strutture ricettive e feedback di altri utenti. La consegna viene effettuata dal celebre “corriere in bici e tuta rosa”.

In Italia, il servizio è stato lanciato a Milano nel luglio 2015. La società tedesca si è inserita nel mercato del digital take away con l’intento di creare una doppia fidelizzazione: da un lato i clienti e dall’altro i ristoratori. Rispettivamente i primi avranno un accesso più rapido, economico e comodo ai ristoranti e con tempi di consegna in linea con la media europea (e della concorrenza: max 30 min.); i secondi invece avranno accesso a un’immensa platea virtuale ed entreranno direttamente nelle case dei consumatori. Inoltre i ristoratori potranno usufruire di tutti i servizi legati al marketing e alla visibilità di cui dispone l’app sul fronte social. Nel 2015 Foodora è stata inglobata nella vasta gamma di servizi del colosso industriale tedesco DeliveryHero.

(Fonti e approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/Foodora; https://www.wired.it/lifestyle/food/2016/08/05/confronto-food-delivery-foodora-deliveroo-just-eat-glovo/; https://it.wikipedia.org/wiki/Sharing_economy; https://it.wikipedia.org/wiki/Consumo_collaborativo; http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2015-12-04/le-super-start-up-food-foodora-182551.shtml?uuid=ACDJaYnB&nmll=2707; http://www.huffingtonpost.it/marco-grimaldi/foodora-licenziati–delivery_b_12428884.html; https://www.wired.it/economia/business/2017/02/02/foodora-dal-7-febbraio-partira-servizio-take-away/; http://www.mixerplanet.com/foodora-annuncia-lavvio-del-servizio-take-away_118593/; https://www.insidemarketing.it/mercato-food-delivery-italia-scenario-attuale-e-strategie/; https://jeme.it/portfolio-posts/food-delivery-in-italia/; http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-11-04/food-delivery-e-finito-boom-startup-mercato-pochi–123210.shtml?uuid=ADTpsinB; http://thefoodmakers.startupitalia.eu/4487-20160105-food-delivery-allitaliana-mappa-settore-400-milioni; http://www.ninjamarketing.it/2016/11/02/ubereats-il-food-delivery-travolge-la-sharing-economy/)

 

Il business del Food Delivery. Le strategie dei grandi player: da Uber a McDonald’s

di Federica Lorenzon

Il business del food delivery nasce dieci anni fa negli Stati Uniti e trova il successo con la consegna di pasti pronti durante la pausa pranzo. Secondo uno studio condotto da Right Management, una società di consulenza americana, è emerso che il 65% dei lavoratori americani mangiano alla scrivania e sono poche le aziende che offrono un servizio di mensa ai propri dipendenti. L’evoluzione del mercato del food delivery a livello internazionale è stata molto rapida e negli ultimi cinque anni ha segnato una crescita media del 51% con significativi cambiamenti anche nel modello di business: si è passati dai servizi di consegna a domicilio specifici di ciascun ristorante alle grandi piattaforme online che gestiscono gli ordini e la logistica e, probabilmente, si arriverà a un servizio gestito da aziende che avranno il controllo dell’intera filiera alimentare. Il mercato italiano invece si è espanso solo negli ultimi anni, raggiungendo un potenziale di 7 milioni di persone coinvolte e 400 milioni di euro, con ampie prospettive di crescita: Sebastiano Grandi, docente dell’Università Cattolica, afferma che “Il food delivery tramite app sul cellulare o computer, da qui a due anni potrebbe valere, solo a Milano, 500 milioni di euro”.

A testimoniare la promessa di crescita del settore, il 16 ottobre in Italia è sceso in campo un altro player, UberEATS, nato nel 2015 a San Francisco da una costola dell’azienda Uber Technologies Inc.. La città di partenza, Milano, è la stessa dove per oltre un anno, su ordinanza del tribunale, è stato bloccato il servizio Uber.

Il business, sempre incentrato sulla consegna del cibo a domicilio, non prevede, come negli altri Paesi, l’utilizzo dell’auto ma i riders sono in sella a una bici o uno scooter. UberEATS è arrivato in un momento delicato, nello stesso periodo in cui scoppiavano le proteste sugli stipendi dei riders di Foodora, ma il general manager di Uber Italia, Carlo Tursi, in un’intervista a Il Sole 24 Ore, ha spiegato le differenze dagli altri competitor: “Il nostro modello è sostanzialmente diverso, Uber è una semplice piattaforma che mette in relazione domanda e offerta. I corrieri vengono pagati dai ristoranti attraverso la piattaforma, sulla base delle consegne che effettuano e della distanza che percorrono. Uber trattiene per sé (dal ristorante) una percentuale”. Il rider non ha vincoli di orari, né un numero minimo di consegne o di chilometri. Un’altra differenza rispetto ai competitor è che, al momento, la consegna è assicurata solo all’interno della circonvallazione esterna della città e non è previsto un minimo d’ordine e nessuna spesa di consegna.

A oggi, UberEATS è disponibile in tutti i continenti ed è presente in settanta città nel mondo. Secondo una ricerca di Morgan Stanley il mercato della consegna del cibo a domicilio negli Stati Uniti – che oggi si aggira intorno agli 11 miliardi di dollari – potrebbe crescere e arrivare a 210 miliardi sul lungo termine 5.

Da qualche tempo anche la multinazionale McDonald’s, icona del fast-food a livello globale, per contrastare il calo delle vendite (diminuite, nel quarto trimestre dello scorso anno, del 5%) ha puntato decisamente sul food delivery, in particolare UberEATS. L’obiettivo che si è prefissata è di aumentare le vendite tra il 3% e il 5% a partire dal 2019 insieme ai margini operativi dall’attuale 20% al 40%. La sperimentazione è partita in Florida, più precisamente nelle città di Orlando, Tampa e Miami con 200 ristoranti coinvolti; se i risultati saranno soddisfacenti potrebbe estendere la collaborazione in altre città degli Stati Uniti e in buona parte del mondo, come già sta accadendo anche in alcune città italiane. A rendere però il tutto più complicato è la sua capillare rete distributiva, che conta centinaia di ristoranti in centinaia di Paesi nel mondo, con una forza lavoro che potrebbe risentirne se la domanda continua a crescere così a dismisura.

Il business delle consegne a domicilio non risulta indifferente nemmeno a Google che, negli Stati Uniti, ha firmato un accordo con sei compagnie e offre la possibilità di ordinare online da alcuni ristoranti che compaiono nella pagina del motore di ricerca. In Inghilterra invece Amazon sta perfezionando il progetto di consegne con i droni che sono in grado di comunicare tra loro e localizzare il destinatario, sfruttando il GPS.

Sempre dagli Stati Uniti arriva poi una sirena piuttosto rumorosa, tra le ultime novità annunciate da Mark Zuckerberg sulla nuova veste grafica e le funzionalità delle pagine Facebook: la possibilità di ordinare il cibo direttamente dalla pagina del ristorante, solo se affiliato a Delivery.com. Sarà infatti possibile, attraverso il comando Ordina ora, che verrà posizionato sopra i tasti Like, Salva. L’obiettivo è quello di offrire ai propri utenti un servizio di food delivery più diretto e intuitivo, col rischio che Facebook, grazie al bombardamento pubblicitario mirato, sia sempre più in grado di anticipare i gusti e le esigenze di ognuno. Così gli utenti potranno consultare i menu dei ristoranti direttamente sulla piattaforma e pagare con la carta di credito usando solo il proprio profilo Facebook, il tutto senza scaricare alcuna app e senza soluzione di continuità.

(Fonti e approfondimenti: http://www.exportusa.us/ristorazione-domicilio-statiuniti.php
2 http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_ottobre_07/fattorini-bici-sushi-pizza-gelati-; http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_ottobre_07/fattorini-bici-sushi-pizza-gelati- 33e6de86-8c5c-11e6-9946-db55f98b858a.shtml; http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-10-25/ubereats-sbarca-italia- chiunquepotra-consegnare-cibo-184013.shtml?uuid=ADjzIDjB; http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-10-25/tursi-uber-italia-cosi-porteremo- pasti-case-milanesi-201409.shtml?uuid=ADsYlFjB&fromSearch; https://www.forbes.com/sites/morganstanley/2016/08/26/the-pizza-paradigm-for- online-food-delivery/#94e6c5844156; http://mcdonalds2015.q4web.com/recent-news/news-release-details/2017/McDonalds- Delivers-Fourth-Quarter-And-Full-Year-2016-Results/default.aspx; https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-03-01/mcdonald-s-sees-100-billion- delivery-market-as-key-to-growth; http://www.corriere.it/economia/17_marzo_03/mcdonald-s-ora-vuole-spedire-l- hamburger-casa-0176a23e-ff88-11e6-9d9a-77b6de6db49f.shtml; https://techcrunch.com/2016/09/28/googles-home-delivery-service-google-express-hits- new-england/; https://www.wired.it/internet/social-network/2016/10/20/facebook-consegna-cibo-a- domicilio/)

 

Tutto e subito: come cambia la spesa online

di Antonio Fiore

Fino a qualche anno fa in Italia l’idea di fare una completa spesa online era quasi un’utopia. Certo, sul web si può trovare di tutto, dagli apparati elettronici agli alimentari. Ma i problemi sorgono con alimenti freschi o surgelati che richiedono consegne rapide per ovvie ragioni d’ integrità dei prodotti. Tuttavia ci sono aziende che hanno ovviato trovato soluzioni adeguate.

I principali sostenitori di queste iniziative sono brand della grande distribuzione al dettaglio quali Esselunga, COOP e Carrefour.
La sfida delle tre aziende oggi, oltre alla precisione richiesta nel preparare la busta della spesa al cliente, sta nell’essere puntuali e nel poter consegnare già da tre ore dall’ordinazione il tutto.

Una buona risorsa in tal senso è rappresentata dal servizio Myshop della catena di supermercati Carrefour, attivo in tutta la penisola: basta inserire il proprio CAP per trovare il supermercato che svolge tale servizio.
Altra forte realtà è la consegna a domicilio di Esselunga, servizio presente già dal 2001 nell’azienda della famiglia Caprotti, integrato a pieno regime nel 2003, con quasi 15 anni di operatività nella spesa online è un player molto competitivo per quanto riguarda possibilità di ordine (24/24h) e la puntualità con la consegna.

La più recente in termini di tempo è Easycoop, progetto partito il 20 Febbraio 2017.
EasyCoop rappresenta una novità significativa nel panorama della Gdo in Italia e, più in generale, in quello dell’e-commerce, di cui recepisce le migliori pratiche in termini di servizio, scelta, flessibilità, consegna.

Il progetto nasce da Coop Alleanza 3.0, la più grande cooperativa di consumatori in Italia che, con oltre 2,5 milioni di soci, 22 mila lavoratori e più di 400 negozi copre gran parte del territorio nazionale, sud compreso. Nell’ambito di questa iniziativa, Digitail, società partecipata di Coop Alleanza 3.0, e il suo AD Andrea Zocchi, hanno previsto un investimento di circa 50 milioni di euro nei prossimi 3-5 anni per un servizio che, partito con la prima sede operativa a Roma, punta a migliorare e a migliorarsi in breve tempo.

Ma come fare ad acquisire la fetta di mercato che a oggi l’azienda americana Amazon possiede grazie all’applicazione Prime Now? Da quando il servizio è approdato a Milano (seconda città europea dopo Londra) e in 46 comuni dell’hinterland nel Novembre 2015, l’offerta in Italia si è ampliata, aggiungendo ai già esistenti 20000 prodotti disponibili altri 6000, mentre il personale impiegato ha superato le 100 persone (40 assunzioni in più) per adempiere alle centinaia di consegne che ogni giorno partono dal centro di smistamento situato in zona Affori. Un labirinto ordinato, con scaffali di ogni misura: chi prepara gli ordini gira tra i corridoi con carrellino e buste di carta, “omaggio alla spesa di una volta”, sottolinea Simona Sisca, responsabile della parte operativa. I sacchetti dei clienti vengono sistemati in base alle zone di consegna e i percorsi sono calcolati grazie ad algoritmi che consentono di ottimizzare i tempi. Per le missioni ultraveloci ci sono gli scooter, i più adatti per le consegne da record nelle ore di punta. E presto, parte della flotta diventerà elettrica per alleggerire l’impatto ambientale.

Ma chi è il target di riferimento per l’E(at)-Commerce? – “Donna, con famiglia, lavoro, tanti impegni e più denaro che tempo”. È l’identikit di chi fa la spesa online disegnato nel corso del Food Match 2017 da Gregoire Kaufman, Direttore Commerciale, Marketing e Digital di Carrefour Italia. La particolarità tutta italiana è che a utilizzare il canale e-commerce nel grocery non sono soprattutto i giovani, come accade in Spagna, Germania e Francia, ma c’è una componente importante di persone più anziane e infatti l’età media di chi acquista in rete e nel punto vendita è quasi la stessa.
Questione più complessa riguarda i giovani, che in Italia vivono a casa dei genitori fino a 32 anni. “Per arrivare ai giovani bisogna utilizzare un linguaggio più consono, più diretto, più <<umano>>. Noi retailer facciamo molte volte una comunicazione troppo fredda e razionale attraverso il volantino: il buon prodotto al buon prezzo, ma questo va bene per le persone che fanno la spesa in maniera organizzata” asserisce sempre Kaufman. Invece Carrefour aveva bisogno di cuore, di sentimento, di coinvolgimento.

La soluzione trovata dalla società francese è stata quella di lanciare campagne con social influencers, tra i quali il trio napoletano The Jackal, grazie al quale l’azienda ha realizzato oltre 14 milioni di visualizzazioni.

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Dalle passerelle alle piattaforme social: il Real-Time marketing alla Settimana della Moda di Milano

di Silvia Caramanico

settimanamodamilano

Febbraio 2017

La Settimana della Moda di Milano, come ogni edizione ha avuto come protagonisti i nuovi trend femminili della prossima stagione autunno/inverno. Attraverso la formula del real time marketing, le grandi maison di moda, dal 22 al 27 Febbraio, hanno saputo valorizzare l’evento sui diversi canali social sfruttandolo quindi come opportunità per attirare l’attenzione e rendere potenzialmente partecipi tutti gli appassionati: con sfilate riprese in tempo reale e retroscena degli show. Tutto questo ha contribuito a creare un forte engagement con un pubblico potenzialmente sconfinato, favorendo così la partecipazione, l’interesse e il passaparola che si rendono fondamentali per creare viralità. Se l’obiettivo dei brand è quello di puntare su mezzi di coinvolgimento innovativi, dobbiamo citare anche le Instagram stories e le Facebook Ads, i servizi di sponsorizzazione presenti sulle piattaforme ormai diventati strumenti fondamentali per aumentare la notorietà dei brand e l’engagement con il pubblico.

Esaminiamo ora nel dettaglio quali sono stati i social di maggior rilevo per i fashion brand: una ricerca Doxa realizzata in Italia in occasione della Settimana della Moda ha rilevato Instagram come la piattaforma più interessante e attiva durante l’evento (86%). Tuttavia non si tratta dell’unico social utilizzato dagli appassionati di moda: anche su Facebook il 76% dei fashion addicted discutono ed interagiscono sugli eventi modaioli e in generale l’83% dei contenuti relativi al mondo del fashion sono generati da cellulare: quasi la totalità degli utenti appassionati (92%) possiede uno smartphone ed è per questo che piattaforme come Instagram e Facebook si rendono perfette per la diffusione di contenuti engaging come foto e video che catturano inevitabilmente l’attenzione dell’utente.

La Fashion Week è stata anche protagonista della propagazione di siti web ufficiali dove seguire eventi esclusivi e sfilate, fattore che ha consentito ai colossi della moda di raggiungere un pubblico sempre più vasto e meno specialistico. Tra gli altri social network che diventano principale veicolo della Settimana della Moda milanese vi sono Youtube (48%) e Twitter (36%).

Snapchat è stato utilizzato da brand quali Gucci, Cavalli, Emilio Pucci e Fendi come strumento per raccontare gli eventi e le sfilate in tempo reale attraverso la prospettiva delle principali case di moda, influencer e modelle coinvolte nell’evento.

È inoltre emerso che la Fashion Week milanese ha coinvolto e facilitato l’interazione tra oltre 80 nazioni, in tutti i continenti e in lingue diverse. Con particolare attenzione all’engagement per area geografica, l’Italia ha rappresentato la principale protagonista coinvolta, con il 49% delle interazioni, mentre il 51% è derivato da utenti provenienti da altre nazionalità. Se invece spostiamo l’attenzione sul target che è stato coinvolto in Italia durante l’appuntamento milanese sono emersi in prima linea i Millennials – di età compresa tra i 18 e i 24 anni – di cui il 63% rappresentato da donne mentre il 35% da uomini.

Andiamo ora a vedere quali sono stati i brand che durante questa edizione hanno cavalcato l’onda in termini di engagement e quali maison hanno letteralmente spopolato all’interno della principale piattaforma coinvolta nell’evento.

A stilare questa classifica sono i dati di Instagram Fashion Index di Blogmeter che per la prima giornata della Milano Fashion Week 2017 rivelano come Gucci si sia distinto dal resto dei concorrenti dal punto di vista dell’engagement riportando un aumento del tasso (+58%) rispetto alla settimana della moda di settembre raggiungendo così 3,8 milioni di interazioni. Nello specifico si è trattato del brand che si è distinto maggiormente per la realizzazione di contenuti accattivanti e che è stato in grado di suscitare numerose interazioni da parte degli appassionati di moda. A seguire troviamo Versace e Moschino (circa 2 milioni di interazioni per entrambi), particolarmente reattivi dal punto di vista delle reach e dei total follower. Nonostante Armani sia stato rilevato come leader indiscusso dal punto di vista dell’engagement (408 mila interazioni) durante la quarta giornata della MFW si colloca solamente quarto all’interno della classifica generale con 1,2 milioni di reazioni. Dopo Gucci, Prada si è distinto per aver ottenuto il maggior numero di new follower (100 mila contro i 156,6 mila del leader Gucci), mentre il fashion brand svedese Annakiki ha conquistato il pubblico attraverso l’elevata attività del suo profilo e il maggior numero di contenuti pubblicati (155 post).

 

 

FONTI
https://www.blogmeter.it/blog/instagram-fashion-index/2017/03/01/report-tutti-i-risultati-della-mfw-su-instagram-esplodono-le-interazioni-per-la-sfilata-unisex-di-gucci/
https://www.blogmeter.it/blog/instagram-fashion-index/2017/02/24/mfw-su-instagram-nei-primi-due-giorni-trionfano-gucci-e-moschino/
https://www.blogmeter.it/blog/instagram-fashion-index/2016/09/26/mfw-nel-weekend-e-gigi-hadid-la-regina-delle-sfilate-e-di-instagram/
https://www.blogmeter.it/blog/2016/09/21/al-via-la-mfw-appuntamento-con-linstagram-fashion-index-di-blogmeter/
http://www.repubblica.it/rclub/moda/2017/02/27/news/fashion_week_milano_la_famiglia_social-159359464/
https://compassunibo.wordpress.com/2017/02/22/fashion-week-con-un-click/
http://www.digitalic.it/wp/web-social/social-network/mfw-fashion-week-limpatto-sui-social-media/75520
http://www.milanofinanza.it/news/milano-fashion-week-gucci-regina-social-201703021232361158
http://www.engage.it/social/milano-fashion-week-un-evento-globale-sui-social-lanalisi-publicis-media/100871#Q36JtE28Lm511oDw.97
http://www.engage.it/ricerche/gli-amanti-del-fashion-social-addicted/99234#ikSv8ML5PrYe5jEU.97
https://www.blogmeter.it/blog/2017/02/27/il-weekend-della-mfw-su-instagram-boom-di-engagement-per-armani-e-versace/
http://www.cameramoda.it/it/archivio-news/
http://www.iodonna.it/moda/news-eventi/2016/09/25/la-milano-fashion-week-2016-eventi-ospiti-e-sfilate-su-snapchat/

 

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Dal “mobile first” al “video first”: ecco come cambiano le logiche dei social

di Micaela Mauro

“If it works, it’s obsolete”. Con questa frase di Marshall McLuhan, noto sociologo dei media, Sylvain Querné, Head of Marketing Southern Europe di Facebook e ospite di Emanuele Soi, docente del corso di  di “Web presence & online advertising”, ha accolto gli studenti del Master in Digital Communications Specialist.

Qual è la configurazione attuale, e quali le prospettive di crescita di Facebook nel breve e nel lungo periodo? Continuate la lettura e rimarrete sorpresi.

Partiamo da questa citazione: “Se qualcosa funziona, è ormai obsoleto”. È un pensiero che la dice lunga sulla linea strategica adottata dal colosso dei social, che in Italia conta 31 milioni di utenti attivi su base mensile e 1.871 miliardi a livello mondiale e il cui fatturato proviene ormai per l’85% da smartphone e tablet. “Se qualcosa funziona, va ripensato”, insomma, perché quella di Mark Zuckerberg non è tanto una corsa per stare al passo coi tempi, quanto una sfida che vede l’azienda di Menlo Park impegnata a “precorrere” i tempi, anticipare i trend, influenzando le abitudini di milioni di utenti in giro per il mondo. E se pensiamo alla mission aziendale, tutto torna: “Give people the power to share and make the world more open and connected.” L’empowerment degli utenti e l’innovazione sono prima di tutto, quindi, all’interno di un’ambiente sempre più interconnesso in cui la dimensione offline si ibrida con quella online continuamente.

Prima di arrivare a questo, però, Facebook ne ha avuta di strada da fare: basti pensare che fino al 2010 non riusciva ancora a fatturare su mobile. Un dato che per noi oggi sembra anacronistico, immersi come siamo nella pubblicità personalizzata dei social, ma che fino a qualche anno fa era un tema all’ordine del giorno. In quegli anni il tentativo era quello di implementare la miglior forma di pubblicizzazione possibile, con l’obiettivo di personalizzare la pubblicità e salvaguardare l’esperienza dell’utente, rendendo l’advertising non più un fastidio per il consumatore, ma un vero e proprio servizio, sempre più ottimizzato e adattato alle esigenze e alle abitudini di acquisto dei singoli.

Se pensiamo all’evoluzione del colosso di Menlo Park, inizialmente Facebook, anzi Thefacebook, come era noto nel 2004, era una piattaforma prevalentemente testuale. Dobbiamo aspettare il 2015 per vedere la componente iconica e fotografica avere la meglio su quella scritta. Mentre oggi sul social imperversano i video in autoplay.

Facebook Master Digital Specialist 1

Silvayne Quernè e Emanuele Soi durante la testimonianza al Master in Digital Communications Specialist

Un’evoluzione degli strumenti e delle modalità di comunicazione in rete spiegabile a partire dalla principale caratteristica che contraddistingue le piattaforme di social networking e di instant messaging: l’immediatezza. E i 13ms necessari al nostro occhio per identificare un’immagine, a differenza del testo, che richiede tempi di elaborazione nettamente più dilatati, la dicono lunga su quale sia il nuovo alfabeto mondiale, un alfabeto visuale composto di immagini e brevi testi.
Ma qual è il passaggio cruciale? Ad aprile 2014 Facebook raggiunge 1 miliardo di video pubblicati, nel novembre 2015 8 miliardi di video: è quello il momento in cui si trasforma ufficialmente in una video platform. Instagram non è da meno, con il 40% di contenuti video fruiti da mobile. Contenuti che si moltiplicano e si creano continuamente, in un overload informativo che passa anche attraverso gli User Generated Content e non vede, però, crescere di pari passo anche la nostra capacità di consumare questo contenuto.

La seconda sfida che l’azienda americana si trova ad affrontare, infatti, è legata a doppio filo alla nostra capacità, sempre più ridotta, di prestare attenzione ai contenuti audiovisivi che fruiamo in rete: in 5 ore consumiamo ben 7 ore di contenuti, e la spiegazione va ricercata negli elevati livelli di distrazione che caratterizzano l’utente medio, che non fruisce più i video in modo lineare, ma fa “zapping” da un contenuto all’altro soffermandosi su di esso fino a quando la sua attenzione non sente più il bisogno di nuovi stimoli: e allora via, verso un altro video ricolmo di nuovo immaginario. L’attenzione media che prestiamo ai contenuti da pc è di 2,5 secondi, mentre da mobile si riduce ancora di più, con 1,7 secondi. Secondo Querné, dunque, il momento critico per agganciare l’utente risiede nei primi 3 secondi di video: sono quelli che determinano la riuscita o meno di una buona strategia di advertising, che per combattere la tendenza al consumo simultaneo di contenuti deve puntare su strategie di comunicazione immersive. E se pensiamo che la nuova filosofia pubblicitaria per mobile non è più, come accadeva e accade tutt’oggi con gli intermezzi pubblicitari in televisione, colpire lo spettatore con colonne sonore accattivanti e a volumi sostenuti, ma l’esatto contrario, ovvero puntare su video silenziosi, ecco che la partita si complica. Si, perché oggi lo slogan da abbracciare per l’Head of Marketing di Facebook è “Enjoy the silence”, ovvero video per mobile senza audio, che non disturbino l’utente che li fruisce in contesti di mobilità, o in pubblico, mentre scorre i feed su Facebook o Instagram.

Ma quali sono le altre sfide che attendono il colosso dei social, che in questi anni ha cercato di allargare i propri orizzonti acquisendo l’app di instant messaging Whatsapp e il social visual Instagram, incentrato sulla ricerca di ispirazione e interessi?

Se prima eravamo nell’era del mobile first, oggi secondo Quernè siamo in quella del “video first”. Basti pensare alle “stories” di Instagram, che sono state implementate anche per Facebook e Whatsapp, e che permettono di caricare brevi video disponibili per 24 h e ripresi dal nostro unico e personale punto di vista. Una storia, quella della nostra vita, che non viene raccontata in modo lineare, ma viene atomizzata in tanti piccoli episodi di uno storytelling a puntate. Ed è proprio questa tipologia di narratività in “pillole” che secondo Querné dovrebbe influenzare anche il modo in cui oggi vengono pensati i video di advertising per i social, soprattutto all’interno di una piattaforma ispirazionale e incentrata sulla ricerca di interessi come Instagram.

E se dovesse delineare il futuro del marketing online? Per Querné la risposta è facile: puntare tutto sull’instant messaging, che non è un trend, una moda passeggera, ma la modalità di comunicazione e socializzazione del terzo millennio. Il modo principale per collegare aziende e persone è quindi la messaggistica, in cui l’informazione è automatizzata tramite l’uso dell’intelligenza artificiale delle chatbot e la comunicazione in chat con l’azienda risulta come una commistione tra rapporti umani e macchine. L’immediatezza è la carta vincente dell’instant messaging. E, secondo Facebook, anche del futuro dell’online advertising.

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